L’intelligenza artificiale rispetta la privacy?

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L’intelligenza artificiale è senza ombra di dubbio una delle innovazioni tecnologiche più rivoluzionarie e importanti degli ultimi tempi.

Comunemente chiamata AI (Artificial Intelligence), viene definita “la scienza e l’insieme di tecniche computazionali che vengono ispirate dal modo in cui gli esseri umani utilizzano il proprio sistema nervoso e il proprio corpo per sentire, imparare, ragionare e agire”.

Con la recente diffusione su larga scala, l’intelligenza artificiale sta gradualmente entrando nella quotidianità di ognuno destando pareri contrastanti: se da un lato c’è grande entusiasmo per il potenziale messo a disposizione, dall’altro c’è anche chi guarda con scetticismo e preoccupazione l’AI.

Pro e contro dell’intelligenza artificiale

E’ facile immaginare come una scienza chiamata a “risolvere i problemi e riprodurre attività proprie dell’intelligenza umana” possa garantire benefici a chiunque, in qualsiasi circostanza e momento.

Occorre un certo distacco e una buona dose di conoscenza per intravedere anche i rischi che uno scorretto uso, oppure l’abuso, può determinare.

“E’ una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità” disse Stephen Hawking nel 2014, “potenzialmente è più pericolosa della bomba nucleare” ha sentenziato Elon Musk  di recente.

Al di là delle infinite potenziali considerazioni che si possono fare, Angelo Jannone, Data Protection Officer di ItaliaOnline e Coordinatore del Comitato Scientifico di Federprivacy, all’ottava edizione del Privacy Day, svoltasi lo scorso 19 giugno a Pisa ha analizzato il rapporto tra AI e privacy.

Il rapporto tra intelligenza artificiale e privacy

Prima di circoscrivere il contesto attuale occorre ricordare che in passato il talento, la bravura e il successo di una campagna di comunicazione spesso dipendeva dalla ricerca di informazioni e di dati personali degli utenti.

L’abilità attuale sta nella capacità di selezionare solamente i dati e le informazioni utili, interpretarle in maniera efficace e omettere tutto il resto.

Da oggi in avanti, con l’intelligenza artificiale ogni difficoltà viene superata grazie all’automatizzazione di processi altrimenti complicati: nessun limite di tempo e di quantità di informazioni.

Per chi ha difficoltà a quantificare la mole di dati presenti sul web, Jannone cita alcuni numeri:

  • 3 quintilioni di byte al giorno
  • 38 milioni di messaggi Whatsapp al minuto
  • 1,3 milioni di utenti attivi ogni mese su Facebook
  • 900 mila dollari al minuto di transazioni su piattaforme ecommerce

Il potenziale che diventa problema

Tutti questi dati vengono raccolti e interpretati per profilare gli utenti e ottimizzare l’esperienza di navigazione, offendo immediatamente alla persona giusta il prodotto o l’informazione o il servizio che stava cercando.

Ogni cosa viene personalizzata in maniera maniacale, anche il posizionamento del banner pubblicitario in base alla modalità di fruizione preferita dell’utente, scoperta grazie ai dati presenti sul web.

Il privacy regulator sta tardando ad arrivare perché trovare l’equilibrio in un ambiente così complesso non è affatto scontato.

La partita si sta giocando sulla messaggistica: i big player mondiali vorrebbero utilizzare i contenuti delle chat per profilare gli utenti e personalizzare le campagne.

E’ diventato virale il tweet di un certo Kevin Chastain: “Stavo parlando con mia moglie su messenger di un preciso ristorante. Pochi secondi dopo ho aperto Facebook e ho trovato la pubblicità proprio di quel ristorante”.

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Cosa è già stato deciso

Lo scorso 25 gennaio 2019, il comitato della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione delle persone rispetto al trattamento dei dati a carattere personale ha diramato delle linee guida per assicurare che stati, produttori e fornitori di servizi garantiscano il diritto alla protezione dei dati in ogni fase di intervento.

Ecco il riassunto delle linee guida:

  • L’intelligenza artificiale deve avere sempre un controllo umano;
  • Gli algoritmi devono essere sicuri, affidabili e resistenti ad eventuali attacchi;
  • L’utente deve essere informato e deve avere pieno controllo dei propri dati; 
  • Il processo deve essere guidato da principi di etica, trasparenza e tracciabilità dei sistemi.

Il reale contesto

Angelo Jannone, durante il suo intervento, citando la famosa canzone di Celentano e Mina “Parole” allude alla disparità tra teoria e pratica, linee guida e scenario attuale.

Il Coordinatore del Comitato Scientifico di Federprivacy evidenzia come l’Europa sia ostaggio del proprio scenario normativo e stretto dalla morsa del liberalismo e del potere proveniente da entrambi i lati: ad est dalla Cina e ad ovest dagli USA.

Jannone non si limita a descrivere il fenomeno e provocare riflessioni, bensì propone tre soluzioni in grado di risolvere, almeno parzialmente e/o provvisoriamente il problema:

  • L’Europa e in particolare l’Italia è molto indietro a livello di competenze digitali rispetto ai propri colleghi asiatici e americani: accrescere le competenze è senza ombra di dubbio la base di partenza del “cambiamento”.
  • Non c’è e soprattutto non c’è stata adeguata vigilanza sull’abuso di posizione dominante da parte dei grossi player non solo sul mercato, ma anche e soprattutto sul mondo dell’informazione. Questo tipo di concentrazione rischia di rappresentare un grosso problema mondiale.
  • Promuovere una convenzione ONU sulla protezione dei dati e sui diritti in capo agli utenti per omogeneizzare lo scenario mondiale, decisamente troppo variegato.
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