Privacy, DPC irlandese: ma quanto è difficile decidere?

Privacy, DPC irlandese: ma quanto è difficile decidere?

Esistono numerosi aforismi che descrivono le infinite sfaccettature della difficoltà e dell’importanza di ogni decisione.

Mettendo da parte i filosofi, nel concreto ognuno di noi può in cuor proprio ammettere che anche la non-scelta è una scelta, spesso e volentieri la più comoda.

Chi almeno una volta non ha preferito rifugiarsi (o si è solamente lasciato cullare da questa idea) nell’accogliente letto dell’abitudine, lasciando che una mancata decisione, per quanto giusta, benefica e doverosa, permettesse di mantenere la tradizionale routine?

Il dovere di giudicare che viene meno e crea falle

Nel film cambia la tua vita con un click il protagonista interpretato da Adam Sandler contrastava l’antico adagio “prima il dovere poi il piacere”, superando con un semplice tasto del telecomando tutte le parti ritenute noiose o superflue della propria vita.

Un comportamento umano, un atteggiamento comprensibile, a volte addirittura condivisibile, non fosse che queste diffuse debolezze spesso intaccano professionisti chiamati a giudicare e determinare il destino di altri soggetti.

Probabilmente parlava proprio di questi soggetti Dante Alighieri quando indicava gli ignavi, nella setta degli schiavi relegata in Purgatorio perché “arrecano danno a se stessi e alla società”.

Evitare di scegliere non è un privilegio riservato a tutti, ma un ostacolo apparentemente insormontabile come il dover scegliere se non può essere superato, può evidentemente essere aggirato. 

L’Italia fanalino di coda in giustizia civile, l’Irlanda maglia nera per sentenze GDPR


In Italia l’esempio emblematico che testimonia questo fenomeno riguarda la giurisprudenza con il record negativo in termini di tempistiche di giustizia civile.

Che non sia un discolpa, ma il fenomeno è più diffuso del previsto: si estende oltre i confini nazionali e si propaga in differenti ambiti.

In termini privacy ha destato scalpore l’ammissione del Commissario per la Protezione dei Dati irlandese (Data Protection Commissioner, DPC) di evitare di prendere decisioni ufficiali sul 99,3% dei reclami ricevuti per il mancato rispetto del GDPR.

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La negligenza del commissario per la protezione dei dati irlandese

Dei 10.000 reclami privacy ricevuti nel 2020, il DPC Helen Dixon ha dichiarato che nel 2021 prenderà in esame ed emetterà tra le 6 e le 7 sentenze, lasciando cadere nel vuoto i restanti (9.993/9.994) reclami.

Tutto ruota intorno al verbo handle che letteralmente significa “maneggiare”.
Il commissario privacy irlandese infatti sostiene che nel maneggiare i reclami non sia implicito dovere di prendere una decisione e/o esprimersi a riguardo.

Gestire i reclami secondo Helen Nixon non implica prendere una decisione:
“Non vi è alcun obbligo in capo al DPC di porre una decisione in caso di reclamo” ha fatto sapere citando il GDPR.

Come darle torto?  Il diritto alla protezione dei dati è tutelato dall'articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE, inoltre le autorità nazionali per la protezione dei dati (DPA) sono incaricate di far valere questo diritto a ogni soggetto in maniera gratuita e in un tempo ragionevole.

Le pesanti critiche avanzate da noyb sul lavoro del DPC irlandese

Un atteggiamento che non poteva passare inosservato e destare scalpore quello del DPC irlandese, sul quale si sono scatenate pesanti critiche, anche in virtù del finanziamento annuo che riceve pari a 19 milioni di euro.

Max Scherms (l’uomo celebre per le due sentenze Schrems di cui abbiamo parlato in due recenti articoli) dopo aver definito l’operato del DPC come “triangolo delle bermuda” ha avanzato una provocazione: “maneggiare significa buttare nel cestino i reclami?”.

Il GDPR garantisce l’appello alla corte in caso di mancato intervento, rifiuto completo o parziale di un reclamo da parte dell’autorità competente, invitando il DPC a gestire i reclami con diligenza. Ma anche in questo caso l’interpretazione soggettiva di “diligenza”, fa il paio con “maneggiare”.

La risposta di Helen Dixon che accusa l’Europa

Le accuse non sono cadute nel vuoto, anzi, il commissario irlandese ha rilanciato attaccando praticamente tutti.

“Le stesse autorità di protezione dei dati che ora stanno criticando l'Irlanda e lo sportello unico, sono quelle che rifiutavano ufficialmente il concetto di sportello unico - ha commentato in un video Dixon - non sorprende che ci sia un elemento politico nelle critiche che vengono fatte”.

Secondo il DPC irlandese il Parlamento Europeo avrebbe utilizzato informazioni imprecise nella richiesta di infrazione di GDPR da parte dell’Irlanda, puntando il dito contro le inesattezze dei testimoni.

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