Privacy: se tieni ai tuoi dati personali devi pagare

Privacy: se tieni ai tuoi dati personali devi pagare

In origine fu la mela, frutto del peccato, ad indurre Adamo ed Eva in tentazione e trasgredire alla prima regola sulla faccia della Terra.

Successivamente, per motivi di sopravvivenza fu inventata la trappola, per trasformare illusi predatori in indifese prede e cibarsene.

Senza scomodare Sun Tzu con l’Arte della Guerra, al giorno d’oggi è facile individuare in ogni settore la strategia volta ad attrarre o distrarre l’avversario per fargli abbassare la guardia e approfittarne.

Dalla mela a Biancaneve, al cavallo di Troia passando per esempi concreti, reali e quotidiani come il formaggio per i topi o i vermi per i pesci: il mondo da sempre è permeato da potenziali ricompense immediate dietro le quali si nascondono grandi rischi o svantaggi.

Qual è la trappola nel mondo privacy?

Sono la superficialità, la mancata consapevolezza, l’ignoranza o l’assenza di lungimiranza i complici più diffusi che offuscano il pensiero e privilegiano un desiderio istantaneo, spesso effimero.

Uno dei più grandi rischi che si possano commettere nel mondo digitale è concedere in maniera incosciente il possesso, la gestione e il trattamento dei propri dati personali.

Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tuammoniva il film The Social Dilemma che rivela il core business dei social media “per vendere certezze, tutti abbiamo bisogno di previsioni che necessitano di infiniti dati”.

Lo sgomento che ha caratterizzato le reazioni alla visione del docu-film Netflix e dei vari scandali che si sono susseguiti in realtà è rimasto tale e non ha portato a nessuna modifica comportamentale massiva.

Qual è il meccanismo che regola il business digitale dei dati?

Il falso binomio online-gratis fatica ad essere sradicato dalla cultura occidentale, così riviste e quotidiani online sono costretti a rinunciare a qualità e rispetto verso i propri lettori per combattere la concorrenza.

Prima dell’avvento di internet, i media tradizionali sopravvivevano grazie alla vendita non personalizzata di spazi pubblicitari, sottoscrizione di abbonamenti, sussidi e donazioni.

In realtà anche con l’avvento di internet la maggior parte dei ricavi dei media tradizionali proviene dalle stesse fonti, alle quali se ne aggiunge un’altra poco influente a livello economico, ma decisamente importante a livello etico: in USA il 4% delle entrate proviene dalla vendita dei dati del proprio pubblico a società ad-tech, ma pur cambiando le percentuali, ovunque è così.

In questo modo le società ad-tech pagano pochi centesimi dati che una volta agglomerati hanno un valore inestimabile e sono capaci di direzionare strategie di marketing di importanti aziende.

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Paga con i tuoi dati o acconsenti al trattamento?

Nonostante solo il 3% della popolazione si dichiari favorevole al trasferimento dei propri dati personali e un regolamento europeo sulla gestione e il trattamento dei dati personali (GDPR) sia in vigore da più di 2 anni, spesso la concessione diventa implicitamente obbligatoria.

Soprattutto in Austria e Germania si è sviluppato un modello “paga o acconsenti” (pay or okay) che pone il lettore a un bivio: cedere i propri dati personali oppure sottoscrivere un abbonamento.

Non si tratta dei tradizionali banner che disturbano momentaneamente la lettura o la visione, bensì di un ostacolo superabile esclusivamente con una delle due opzioni indicate: non c’è via di scampo.

Paradossalmente la consapevolezza e la trasparenza del messaggio rende il pay or okay un modello accettato dal GDPR, come sentenziato nel 2019 dall’Autorità Garante Privacy Austriaca.

I nostri dati valgono il costo dell’abbonamento?

Come detto, i media ricevono pochi centesimi in cambio dei dati personali di ciascun utente, che aiutano a colmare le lacune finanziarie ed economiche di un modello di giornalismo oramai alla deriva e rappresentano la distanza tra fallimento e sopravvivenza.

L’altra opzione, quella che non prevede la concessione e il conseguente trasferimento dei dati personali del pubblico, è decisamente più costosa: gli abbonamenti senza tracciabilità si aggirano tra i 60€ e gli 80€.

Calcolatrice alla mano e con mente lucida Noyb fa notare come questo sia un modello completamente malato, anche escludendo i valori etici dal ragionamento: dati venduti a pochi centesimi, ma dal valore inestimabile possono essere barattati con abbonamenti decisamente più costosi.

“Le persone sono costrette a pagare 10,20,100 volte tanto per impedire che i propri dati vengano diffusi: non può essere un’alternativa equa al consenso” ammonisce Alan Dahi, avvocato per la protezione dei dati presso Noyb.

E’ forse questo l’unico modello di giornalismo capace di sopravvivere e combattere (o accompagnare?) il binomio online=gratis?

Difficile immaginare che il GDPR non ponga dei limiti prima che il fenomeno si diffonda e diventi incontrastabile.

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